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Džepar, il giramondo dal piede educato: a Cosenza una storia tutta da scoprire

Džepar, il giramondo dal piede educato: a Cosenza una storia tutta da scoprireTMW/TuttoC.com
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A Cosenza l'oggetto misterioso della campagna acquisti è un giramondo, con la passione per la musica e un piede educato. Orhan Džepar, trent'anni, arriva da Cipro dopo una carriera trascorsa quasi interamente in Olanda. Una storia fatta di fasce da capitano, dieci anni nella seconda divisione olandese, un derby diventato improvvisamente personale e una chitarra rimasta dall'altra parte dell'Europa.

L'uomo d'esperienza del giovane collettivo cosentino, in patria è diventato famoso in patria per novanta secondi di esultanza. Era il 22 settembre 2024, derby del Limburgo, Roda JC-MVV Maastricht, la partita che a Kerkrade si aspetta tutto l'anno. Zero a zero fino al novantesimo. Poi entra lui, che nel novembre precedente si era rotto e che era stato operato due volte, e segna. Contro il club di cui era stato capitano fino a un anno prima. Esulta come esulta chi è stato fermo otto mesi.

La sera stessa cominciano ad arrivare i messaggi. Gli scrivono che gli ammazzeranno la famiglia. Qualcuno tira fuori Mladić, perché Džepar ha radici bosniache, e gli dice che avrebbe dovuto sparargli. Lui fa gli screenshot e pubblica tutto. «Che mi insultino fa parte del gioco», dirà a ESPN. «Questo no». Non sporge denuncia: sa già che non servirebbe. L'MVV gli manda un mazzo di fiori. Lui ringrazia e chiude il discorso. È l'ultima volta che ne parla.

Non tutti a Cosenza hanno preso benissimo il suo arrivo. Non per lui, per la sua nazionalità: è il quarto olandese nella storia del club, e i tre precedenti - Anderson, Kongolo, Sankoh - sono ricordi che fanno tremare i tifosi. In una piazza che ha perso al novantaseiesimo col Potenza e sta a zero punti, un mediano trentenne svincolato che arriva da Cipro non è esattamente il colpo che accende la fantasia. Džepar viene da Eefde, un paese nell'est dell'Olanda, vicino a Zutphen. In Olanda ogni paese ha la sua squadra e la sua kantine, e i ragazzini ci passano i sabati. La sua si chiamava SP Eefde. Poi FC Zutphen, poi nel 2014 il Go Ahead Eagles, la squadra di Deventer, mezz'ora di macchina, il livello più alto che uno di quelle parti riesca a immaginare.

Il 16 agosto 2015 entra in campo a ventisei minuti dalla fine contro il Telstar. Dodici minuti dopo segna. Ha diciannove anni ed è la giornata perfetta per cominciare una carriera. Non comincia niente. L'anno dopo arriva Ritzmaier, lui non gioca più, lo mandano in prestito proprio al Telstar. Poi Helmond Sport, dove per sei mesi lo provano da difensore centrale: «Il peggior semestre della mia carriera», racconterà ridendo. Poi Maastricht, dove finalmente diventa qualcuno: sette gol nella prima stagione, la fascia di capitano. Poi Kerkrade, dove diventa capitano un'altra volta.

Dieci anni interi nella Keuken Kampioen Divisie, la Serie B olandese. Centottantotto partite già solo fino al 2023. Tutti gli stadi visti da dentro, uno per uno. L'Eredivisie mai. Poi, a ventinove anni, la decisione. «Il contratto scadeva, e ho detto che volevo fare un passo». Rifiuta offerte perché i soldi non valgono il trasloco, ne rifiuta altre perché il progetto non lo convince. È a un passo dall'India: manca solo la visita medica. Ha un dubbio e si ferma.

Poi si fa avanti l'Olympiakos Nicosia. L'allenatore lo ha guardato su Wyscout e lo vuole. Prima di firmare, Džepar cerca su Instagram alcuni giocatori del club e gli chiede se pagano davvero. Uno che si informa. Vive un anno a Latsia, un sobborgo a sud-est di Nicosia, in un appartamento che si è cercato da solo scartando quelli offerti dalla società: tre camere, due bagni, un balcone con il divano e due lettini. «Non mi lamento, ahah».

Nella preparazione gioca un'amichevole contro l'Anorthosis a quarantacinque gradi, con l'intera squadra sostituita all'intervallo. Prima di ogni partita la squadra appoggia le mani su un crocifisso e urla il nome del club. Lui attraversa il checkpoint di via Ledra e si ritrova in trenta metri in una piazza turca; ascolta il fisioterapista raccontargli che i suoi genitori nel '74 dovettero scappare e che adesso in casa loro vive qualcun altro.Dice che quella storia lo interessa e che vuole studiarla meglio. Il venerdì sera, dall'altra parte del Mediterraneo, prova a guardare il canale con la diretta gol della seconda divisione olandese.

Trentuno partite tra campionato e coppa, duemilacinquecento minuti, zero gol, otto gialli. Il curriculum di uno che c'è sempre. Poi il contratto finisce e, a fine agosto, lo chiama Lucioni. Firma fino al 30 giugno 2027, dieci mesi, l'età in cui a certi mestieri si comincia a contare all'indietro.Coppitelli prende un mancino che sa fare la mezzala, il mediano e - a suo dire malvolentieri - perfino il centrale. Prende i piazzati di sinistro. Prende uno che ha portato la fascia in due piazze e che, quando gli hanno augurato la morte per un gol, non ha pianto e non si è nascosto.Il resto è la Serie C, che è un campionato duro e cattivo e non somiglia per niente al calcio ragionato che il suo allenatore a Nicosia gli predicava.