Uomini, ominicchi e quaquaraquà. Si può fare tutto, ma a Lecco toni da condannare. Il fondo PIF guarda in Sicilia? Addio Galeazzi, che strana nostalgia: quel giornalismo oggi è di Serie C

15.11.2021 00:00 di Ivan Cardia Twitter:    vedi letture
Uomini, ominicchi e quaquaraquà. Si può fare tutto, ma a Lecco toni da condannare. Il fondo PIF guarda in Sicilia? Addio Galeazzi, che strana nostalgia: quel giornalismo oggi è di Serie C
TMW/TuttoC.com

Dicono che errare sia umano, perseverare diabolico. Diceva Sciascia, o meglio lo faceva dire al “don” Mariano Arena che l’umanità si divideva, per lui, in cinque categorie: “gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà”. Quest’ultima espressione, per quel che qui ci interessa, è stata usata dal patron del Lecco, Paolo Di Nunno, nell’ennesima conferenza fiume (perché esondante oltre ogni argine di continenza) nella quale ha minacciato di mandare via tutti, in primis direttore sportivo e allenatore. Resta argomento d’attualità, nonostante il campionato dei lombardi possa ascriversi a una sostanziale normalità per quelle che sono le ambizioni della società e della piazza, semmai minata dalle intemperie del suo numero uno nelle ultime giornate. Sull’operato di che ha deciso quale squadra dovesse avere il Lecco in questa stagione e come dovesse essere allenata, si può avere qualsiasi valutazione. Per esempio, su queste pagine non più tardi di una settimana fa avete letto sia giudizi critici che apprezzamenti nei confronti di Zironelli. È il bello delle opinioni, possono essere diverse.

Si può anche fare di tutto, per carità. Soprattutto se si è i proprietari di una squadra di calcio. Nulla vieta a Di Nunno di silurare chi ritenga opportuno. Ha detto che vuole farlo, l’ultima volta rientrò tutto a microfoni spenti, mentre vengono pubblicate queste righe non sappiamo ancora come andrà a finire: ve lo racconteremo. Quello che non si può fare è usare i termini che sono stati usati, la prima e la seconda volta. Perché vanno oltre l’accettabile, e francamente squalificano la professionalità di un campionato che professionistico lo è di nome e lo dovrebbe essere anche di fatto. Lo si scriveva non più tardi una settimana fa: è il passo avanti che si dovrebbe fare, quello di ragionare, quando si tratta di calcio, col cervello e col cuore, non di pancia. Vale pure per quel che si comunica, anche se dietro un po’ di cervello sembra esservi (una spinta alle dimissioni?) ma usato in modo fin troppo malizioso. I toni restano da condannare, senza se e senza ma. Tanto più che, se Zironelli e Fracchiolla hanno sbagliato qualcosa, o tutto come sostiene Di Nunno, di solito in questi casi la prima responsabilità è di chi li ha scelti.

Amanda Staveley ha dichiarato che gli investitori da lei rappresentati sono interessati a una partecipazione in un club minore italiano, dopo aver sondato il terreno per l’Inter nei mesi passati. La signora, per chi non lo sapesse, è la nuova comproprietaria del Newcastle, attraverso il fondo CPC Capital Partners. Sostanzialmente, il braccio destro dei vertici del fondo sovrano saudita PIF, che però non rappresenta in via diretta. Per questo, quanti hanno scritto che gli arabi fossero interessati a investire nel calcio italiano non sono andati propriamente a segno, ma questo è un aspetto secondario. Inglesi o sauditi che siano i soldi, sta di fatto che Staveley ha acceso l’entusiasmo di diversi tifosi, specie in Serie C. Il pensiero più immediato è andato al Palermo, ma in Sicilia c’è anche un altro club (anche questo minore solo perché relegato a oggi in una posizione che mal si confà alla città) come il Catania, che non sa quale sarà il suo futuro. Facile immaginare che l’interessamento vada all’uno o all’altro, più complicato assicurare che siano rose e quindi fioriranno. La situazione degli etnei, per la cronaca, vivrà una situazione di svolta nella giornata di martedì: nell’udienza prefallimentare si capirà quale sarà sarà il comportamento processuale dell’attuale proprietà, uno snodo non da poco.

Nei giorni scorsi, come ben sapete, ci ha lasciati Giampiero Galeazzi. Nessuna pretesa di regalarvi un ricordo più significativo di altri: chi scrive non l’ha conosciuto di persona, al massimo vissuto come uno di famiglia che ti entrava in casa dalla tv, perciò sarebbe francamente ridicolo lanciarsi nell’emulazione di chi lo ha fatto. Oltre al doveroso omaggio, può essere l’occasione di una riflessione, forse più comprensibile per gli addetti ai lavori. Dopo la scomparsa di Galeazzi, all’inevitabile e commosso cordoglio, abbiamo assistito anche all’esaltazione nostalgica di un certo tipo di fare giornalismo. Quello di chi entrava negli spogliatoi, chiamava i giocatori in qualsiasi momento, ne diventava amico, intervistava chi voleva quando voleva senza dover chiedere permessi e autorizzazioni. Ebbene, oggi quel giornalismo non esiste più, e non esiste più per una precisa scelta. In questo senso, la nostalgia per il Galeazzi giornalista suona ipocrita, perché tante delle cose belle che è riuscito a fare in carriera oggi sono semplicemente proibite all’origine. Società iper-blindate, divismo imperante, un proliferare di addetti stampa: ce li hanno i club, i dirigenti, gli allenatori, i calciatori, persino gli agenti, mancano solo i preparatori ma ci stiamo attrezzando. È un aspetto che, per carità, ai lettori può interessare il giusto, cioè poco. Ma il calcio di oggi è imbavagliato da una mania del controllo che alla fine rischia di renderlo sempre più distante, e anche chi può fare determinate cose perché paga i diritti - il dio denaro comanda ancora - si scontra con pali e paletti che ne limitano la professione, nel migliore dei casi, a essere un gentile megafono. Da questo punto di vista, un giovane Galeazzi oggi si troverebbe forse meglio in Serie C, dove ancora si respira una dimensione più “umana” del giornalismo, con inevitabili eccezioni. È uno dei motivi per cui questa categoria, più vicina ai suoi tifosi e anche a chi a loro ha il compito di raccontarla, merita di essere tenuta in piedi.