ESCLUSIVA TLP - Mi ritorni in mente: Giacomo Zunico

100° ed ultimo appuntamento
03.01.2016 22:30 di Daniele Mosconi   Vedi letture
ESCLUSIVA TLP -  Mi ritorni in mente: Giacomo Zunico
TMW/TuttoC.com
© foto di Alessandro Mazza

Del portiere come ruolo in campo sappiamo tutto e non saremo noi a tesserne ulteriori descrizioni già conosciute, però la definizione di estremo difensore si presta a varie interpretazioni. Ad esempio l'estremo difensore è colui che difende ciò che dopo non ci sarà più: dopo di me il nulla, può essere una descrizione quasi apocalittica, ma il portiere è colui che difende per ultimo la sua squadra. Tutti gli altri uomini in campo possono sbagliare e trovare qualcuno che rimedi al suo errore. Tra gli altri che dovrebbero rimediare c'è proprio il portiere: ultimo avamposto prima del crollo. 

Giacomo Zunico, portiere che a Catanzaro ha disputato tre stagioni importanti - dal 1986 al 1989 - ci ha fatto vivere la partita dagli occhi del numero, uno, dell'estremo difensore che ha il compito e la responsabilità di essere decisivo anche nell'errore.

Nato a Casoria, piccolo comune in provincia di Napoli, Zunico è nato per fare il portiere. Beninteso, poteva anche giocare in campo - uno dei tanti in un meccanismo oliato -, ma quando si nasce con uno spirito, il destino ti colloca dove sei nato per essere, senza che tu possa opporre chissà quale resistenza. 

In questa intervista esclusiva concessa a TuttoLegaPro.com nel corso dell'ultimo appuntamento con "Mi ritorni in mente", il portiere napoletano ci fa rivivere gli anni di un Catanzaro che sapeva riempire gli spalti del "Ceravolo" di quella passione che gli anni a venire hanno portato a spegnersi lentamente.

Giacomo, benvenuto all'ultimo appuntamento con "Mi ritorni in mente". 

"Grazie per il vostro invito".

La classica domanda che si fa ad un portiere: si nasce o si diventa numeri 1?

"Ci sono alcuni che lo sono diventati per cause di forza maggiore. Ci sono portieri che hanno avuto una buona durata e sono arrivati a calcare determinati palcoscenici, quelli possiamo dire che ci sono nati. Ci sono quelli che sono stati costruiti. A volte si guarda il fisico e si cerca di lavorare sull'altezza giusta per fare il portiere".

Ad esempio tu sei nato portiere o lo sei diventato?

"Io sono nato portiere".

In mezzo al campo non ti piaceva stare o eri negato?

"A dire il vero in mezzo al campo mi piaceva stare, però alla fine facevo il portiere perché mi piaceva. Penso che nello sport per quanto puoi barcamenarti, il tuo ruolo lo trovi da te".

Ripensando alla tua infanzia da portiere, quante volte ti sei sbucciato le ginocchia?

Sorride prima di rispondere: "Nella mia infanzia i campi di calcio erano un'utopia e dovevamo ingegnarci per giocare. Così si finiva per organizzare partite su campi di fortuna come quelli in terra battuta o sabbia, oppure per strada con le macchine che ogni tanto interrompevano il gioco. Escoriazioni molte, però nonostante queste il giorno dopo eravamo di nuovo in strada a lottare come se niente fosse. Se vogliamo fare un termine di paragone rispetto ad oggi, le cose sono completamente diverse: basta un niente per saltare un allenamento. Questo comporta anche un atteggiamento in sede di preparazione di una partita: di qua mi butto, di là no perché ho male. Purtroppo è cambiato un po' la fisionomia del portiere, tanto è vero che oggi in Italia si fa fatica a tirare su un portiere di un certo livello".

C'è in atto un'inversione di tendenza, non credi?

"Noi ex portieri abbiamo creato le scuole calcio proprio per cercare di far tornare a primeggiare una scuola, quella dei portieri italiani, che ha sempre avuto pochi rivali al mondo. Cerchiamo di portare i bambini ad avere un ruolo. Ci sono i casi in cui un bambino nasce portiere dentro e bisogna attendere il tempo giusto. E' anche una questione di tempi e di fortuna. Noi abbiamo ragazzi che hanno meno di dieci anni e bisogna essere attenti a come ci si rapporta con loro perché vanno incontro all'età critica dell'adolescenza".

L'evoluzione del calcio a sport televisivo per eccellenza ha portato il ruolo del portiere ad essere ancora più protagonisti rispetto al passato.

"Ci sono tante trasmissioni che vivisezionano la partita in ogni suo aspetto ed è logico che in questa ricerca il portiere diventi un protagonista diverso: più presente. Ho avuto la fortuna di giocare fino al 2000 e non c'era questa ricerca spasmodica dell'evento da andare a vedere e rivedere tante volte. Finita la partita, anche le immagini le vedevi al massimo un paio di volte, mentre oggi tutto viene amplificato".

Nel vostro ruolo c'è quello del secondo portiere che non è facile da digerire. 

"Sono d'accordo e posso dirti che quando mi proposero di andare alla Juventus a fare il secondo, normale che mi facesse piacere, però non ti nego che quando la trattativa non andava a buon fine, ero anche contento di farmi il mio campionato di 38 partite in B. A me piaceva giocare e pensare di farmi una stagione alle spalle di un altro - seppure alla Juventus - non mi esaltava particolarmente".

Mi soffermo un attimo su questo aspetto: un portiere che decide di fare il secondo ad un altro, dove trova gli stimoli?

"Al di là del secondo, ci sono anche portieri importanti che decidono di fare i terzi portieri. Prendiamo ad esempio la Juventus che si presenta con Buffon, Neto secondo portiere e Rubinho terzo. Questi ultimi due sanno che le possibilità di giocare sono davvero poche. Io nelle vesti di Rubinho non riuscirei mai a starci: allenarmi e non avere l'obiettivo della partita è un non senso. E' una situazione a scopo di lucro alla fine. Preferivo scendere in C ma giocare che fare la panchina. Durante la settimana avevo bisogno di prepararmi mentalmente alla partita della domenica".

Delle volte bisogna trovare il momento giusto per esserci.

"Questo mi fa pensare ad Angelo Peruzzi. Lui era in panchina quella domenica che tirarono il petardo addosso a Tancredi in un Milan-Roma. Fece una buona partita e da lì nacque Angelo Peruzzi come portiere. Una volta il secondo portiere era quello della Primavera che cresceva alle spalle del più esperto. Oggi purtroppo non basta neanche questo. Anche facendo la trafila spesso non riesci ad emergere".

Tra i tuoi maestri hai citato spesso Giovanni Menna, tuo primo preparatore.

"Lo ricordo molto volentieri. Lui sapeva come gestirmi: avevo l'anima del portiere, questo si, ma questa andava affinata, lavorata, messa nelle condizioni di poter andare oltre certi limiti.  Per circa due anni mi ha dato una grossa mano e se oggi posso dire di aver fatto una discreta carriera, lo devo a lui".

Il vostro ruolo è soprattutto una questione di testa: se un centrocampista sbaglia, ci sarà sempre qualcuno che potrà correggere quell'errore. Viceversa, se l'errore lo fa il portiere, non ci sarà nessuno a poter rimediare.

"Devi convivere con l'errore, con la bella parata. Non esaltarti nei momenti importanti come non devi deprimerti con l'errore decisivo. Purtroppo il portiere è colui che durante la partita ha più pause di tutti e potrebbe arrivare a pensare a tutto, tranne che alla partita. E la bravura di un portiere è quella di restare concentrato novanta minuti, entrando nell'ordine di idee che la partita la sta facendo e non che la sta guardando. Questo è uno dei piccoli aneddoti che cerco di insegnare ai ragazzi della mia scuola calcio: ricordate che la partita dovete viverla, non guardarla. Voi dovete sempre essere attenti a quello che succede ed immaginare cosa potrebbe accadere per un pallone perso in malo modo, per sviluppare prima degli altri una situazione. Un portiere deve prepararsi un attimo prima che l'evento si crei, per avere già chiaro in mente cosa fare. Se non lo fa, rimediare diventa difficile".

Parliamo della tua esperienza a Catanzaro: il "Ceravolo" ai tuoi tempi era uno spettacolo per gli occhi con le tribune piene.

"Di Catanzaro ho un ottimo ricordo: sono arrivato ed abbiamo subito vinto il campionato di C1 (stagione 1986/87). Venivo da un momento difficile al Varese dove eravamo retrocessi e c'erano difficoltà con la società. Ho accettato volentieri il trasferimento a Catanzaro. Il blasone calcistico dei calabresi non è indifferente, però ricordo che quando arrivai c'era un certo scetticismo nei miei confronti, visto che gli ultimi portieri avevano lasciato ricordi poco piacevoli. Questo è stato per me uno stimolo ulteriore: mi sono messo d'impegno e sono entrato nel cuore dei tifosi. Ho fatto tre anni bellissimi, sia dal punto di vista personale che del rapporto con la gente di Catanzaro. La squadra era ben collaudata e ricordo che prendevo pochi gol. Nel 1987/88, il primo anno di B presi 24 gol a fronte dei 36 segnati (seconda miglior difesa dietro la Cremonese con 18 gol presi, ndr). Quello che Massimo Palanca creava, io lo conservavo".

Durante l'esperienza a Catanzaro hai avuto l'occasione di arrivare in A.

"Non c'era ancora la Legge Bosman, c'era il vincolo e le società che volevano acquistare cercavano di risparmiare: così nascevano trattative infinite e non sempre andavano a buon fine. Durante il mio periodo di permanenza a Catanzaro mi sentivo pronto per il grande salto che non si verificò mai. Ebbi degli scontri molto accesi con l'allora presidente giallorosso Pino Albano che mi aveva fatto delle promesse che non ha poi mantenuto. Durante la stagione di B (1987/88) avevo molte richieste - fin da novembre -. Parlai con Albano e lui mi disse che se mi avesse ceduto in quel momento avrebbe rischiato di essere "linciato dalla piazza". Rimanemmo d'accordo che sarei rimasto fino a fine stagione e che se avessi continuato sugli standard attuali dell'epoca, mi avrebbe dato via. Mi diede la sua parola d'onore che avrebbe rispettato il patto. Ci ho creduto e invece alla fine - saltarono trattative importanti con il Napoli, il Genoa -, non mantenne la parola e decisi di andare via. Arrivato a 28 anni avevo l'ambizione di volermi testare nel massimo campionato. E considerato che il rapporto con il massimo dirigente di una società non era più idilliaco, decisi di andare via e mi diede al Parma per circa un miliardo, quando il Napoli qualche mese prima gli offrì un miliardo e due e non mi diede via".

Da buon napoletano avresti fatto i salti di gioia nel giocare nella squadra del tuo cuore.

"Erano gli anni di Maradona, inoltre Giuliano Giuliani (portiere dei partenopei in quel periodo) non era stato accolto molto bene dalla piazza. Avessi avuto la possibilità di giocare una partita, si potevano aprire le porte anche della Nazionale ad esempio".

La tua carriera ha vissuto due fasi: prima dei Mondiali in Italia del 1990 il portiere poteva prendere la palla con le mani su retropassaggio del difensore. Durante quell'edizione dei Mondiali il vostro ruolo è cambiato, rendendovi più partecipi della partita stessa.

"Con il tempo ci sono stati molti cambiamenti. Prima dei Mondiali il portiere poteva gestire il pallone a modo suo, riprendendo il pallone dopo averlo rimesso a terra. Quel passaggio l'ho vissuto con la consapevolezza di essere già abbastanza bravo con i piedi. Difatti prima dei Mondiali, le rimesse dal fondo le batteva il libero, mentre nelle squadre dove ho giocato, il responsabile della rimessa in gioco ero io. Su questo posso raccontarti un aneddoto sulla mia esperienza a Catanzaro. Quando si giocava in casa e c'era vento, se non avevi un buon calcio c'era il rischio che la palla tornasse indietro. Ed ecco che da Catanzaro in poi non ho più sofferto nel giocare contro vento".

Altri portieri ci hanno parlato del vento di Catanzaro.

"Era un vento davvero importante che durava tutti i novanta minuti. Massimo Palanca ha sfruttato spesso le traiettorie velenose per regalarci successi importanti. Paradossalmente eravamo contenti che ci fosse vento la domenica".

Hai creato una scuola per portieri e al di là dell'aspetto ludico, è importante il vostro ruolo anche guardando l'aspetto sociale ed educativo.

"Per noi è una responsabilità non da poco far crescere non solo come portieri dei ragazzi, ma dargli una scuola di vita per evitare che possano finire in giri poco raccomandabili. I ragazzi nel periodo dell'adolescenza vivono una fase dove vogliono tutto e suito, trovando dinanzi a loro le occasioni per poter sfruttare questo loro desiderio".