ESCLUSIVA TLP - Mi ritorni in mente : Massimo Lattuca
Uno degli ultimi eroi di un ruolo che ormai è scomparso è stato Gaetano Scirea, uomo e calciatore, capace di interpretare la posizione in campo come nella vita con la stessa naturalezza con cui un poeta usa la penna per distendere i suoi versi su carta.
Il libero, che ormai non ha più neanche la denominazione di uomo con un determinato ruolo, come avveniva fino all'arrivo del calcio a zona, oggi è solo la posizione di un giocatore che è senza marcatura, oppure per dirla in maniera ancora più chiara: senza palla.
A Frosinone hanno vissuto l'epoca di Alberto Mari, tecnico scafato, che con una squadra di livello, ha saputo regalare annate memorabili per una città che in quelle stagioni ha veramente toccato il cielo con un dito. Capiamo la vostra obiezione: il Frosinone allora faceva la C1, mentre negli ultimi campionati ha anche disputato la B. Ma provate a chiedere ad un tifoso canarino le emozioni di quegli anni e vedrete nel suo volto accendersi una fiamma di passione che ancora oggi brucia dentro. I vari Cari, Malaman, Viscido, Artistico, hanno fatto vibrare i cuori gialloblù. Ne abbiamo dimenticato apposta uno: Massimo Lattuca. Infatti sarà lui il protagonista del 38° appuntamento con "Mi ritorni in mente".
Agente Fifa dal 1993, Lattuca lavora prevalentemente con il mercato estero, in particolar modo con l'Europa occidentale. Inutile negare che dinanzi ad uno che viaggia così tanto per lavoro e vive questo sport con occhi più aperti alle novità, la domanda su come si faccia calcio in paesi diversi dal nostro nasce spontanea. Non potevano però mancare anche le domande sulla sua esperienza in Ciociaria.
Ci sono degli angoli di questa provincia laziale che ti rapiscono nella loro cruda bellezza. Spazi di paesini, uno attaccato all'altro e divisi solo da un verde rigoglioso, dove hai la netta impressione di vedere l'orologio al polso che si ferma. Il suono dei passi sui ciottoli di epoche antiche, in vicoli dove il profumo del muschio si confonde con i sughi ancora cucinati come la mamma (della mamma) insegna. La pianta di sedano comprata fresca di primo mattino per conservarne l'aroma, ti entra nelle narici e i piatti in un ristorante tipico, deliziano il palato e la fantasia viaggia grazie a un panorama che fa da perfetta cornice al tutto.
Frosinone ha la particolarità di essere un capoluogo di provincia dove gli angoli della città antica non hanno perso il loro fascino e si respira ancora quel profumo di normalità che ti fa sentire meno estraneo. La gente del posto è sorridente e quando incroci i loro sguardi, ti senti un ciociaro come loro. Uno come Massimo Lattuca, nato nella capitale, in questa intervista esclusiva concessa a TuttoLegaPro.com, ha saputo descrivere al meglio i tre anni senza perdersi in fronzoli, ma rimanendo molto riservato su un'esperienza di cui conserva gelosamente i connotati più intimi.
Massimo, venti anni da procuratore.
"Sì, sono tanti davvero. Ma ho sempre fatto questo".
Oltre che lavorare con i giocatori, il tuo ruolo che mansioni ha?
"Anche quello di scouting e per questo giro prevalentemente nell'Europa occidentale. Sono reduce da un viaggio in Germania per vedere qualche buon elemento".
Che idea si sono fatti di noi all'estero?
"Siamo indietro, ma non è tanto la loro opinione che conta, ma sono i fatti a parlare in loro favore".
Paesi come la Germania o la stessa Spagna hanno compreso la lezione che gli ha dato il calcio italiano negli anni '90 e si sono messe d'impegno per ridare smalto al loro movimento. E bisogna dire che i fatti gli danno ragione.
"Sono d'accordo. Anzi, ti dico che come movimento, i paesi da te citati - ma non solo, basta vedere i miglioramenti evidenti della Francia - stanno facendo passi da gigante e i risultati dimostrano che il lavoro svolto sta producendo ottimi risultati".
Perché i nostri giovani stentano a sfondare?
"C'è poca propensione in Italia a rischiare. Guarda: la Lazio ha comprato Biglia e tutti sono contenti, ma in pochi sanno che l'Anderlecht l'ha sostituito con un '97. Lo stesso Psv Eindhoven ha come titolare un '96. Ma ci rendiamo conto?! In Italia ti trovi che a 22-23 anni sei ancora in C a fare la gavetta. E così ci troviamo tanti giovani che rischiano di rimanere delle incompiute".
E' di questi giorni la querelle nata tra l'Aic e la Lega Pro sull'età media che danneggia i giocatori. Tu che sei stato un ex calciatore cosa ne pensi?
"Su questo tema va fatta un'analisi più completa. Ad esempio: uno che gioca in Lega Pro arriva a 25-26 anni e può guadagnare 2-3 mila euro al mese. Stipendio che ti può garantire un reddito che aiuta in quel momento a star bene, ma nel medio lungo periodo le cose cambiano. Se arrivato a quella età sei ancora nel limbo della Lega Pro e non riesci a salire, secondo me devi cominciare a prendere in considerazione l'idea di trovarti un lavoro. Molti giocatori arrivano a farsi una famiglia e a 34 anni sono fuori - specie con questa regola dell'età media -. In questo modo sono persone che faticheranno ad entrare nel mondo del lavoro e rischiano tantissimo. Nel breve sono contro questa riforma, ma credo che nel lungo periodo, questa porti più benefici che altro".
Linea sottile la tua.
"Però bisogna farla questa distinzione".
Cosa manca in Italia che all'estero abbonda?
"Le infrastrutture. Sono stato spesso a vedere campionati che sono l'equivalente della nostra Lega Pro e trovi società che hanno cinque campi, di cui due in sintetico. Inoltre hanno ristoranti e stadi sempre pieni. Cose che in Italia non si vedono più neanche in partite di cartello. In questo modo, oltre ad avere entrate fresche, fanno anche vita sociale, perché le persone si incontrano e si scambiano idee e da queste crei situazioni virtuose per tutto il sistema in generale".
Rischiano e vincono.
"Non la metterei così: direi che loro sanno programmare, cosa che in Italia invece stentiamo ad accettare".
Una volta il campionato italiano era visto come il top, mentre oggi?
"Oggi siamo un campionato periferico. Ricordo che era raro vedere un giocatore italiano che andava all'estero, invece adesso è tutto cambiato. Però c'è da dire che un giocatore che fa bene in Italia, poi fa bene anche in un campionato diverso. Questo significa che la competitività del nostro calcio rimane ancora alta, nonostante non ci siano più i talenti di una volta".
E una volta c'era il libero. Prima che si iniziasse a giocare a zona c'era l'uomo che doveva stare staccato dagli altri. Ma vogliamo che ce lo descrivi tu questo ruolo, che ormai non esiste più, ma ha sempre quel suo fascino...
"Un po' come quel calcio. Non c'era Sky e la gente sentiva di più ogni partita. Il ruolo del libero era fondamentale per una squadra. Doveva essere forte tecnicamente in primis - non importa se fosse veloce o meno - ma soprattutto doveva dare il la all'azione d'attacco della squadra. Era una posizione molto delicata perché doveva anche sopperire a qualche errore dei compagni di squadra".
In quegli anni con Alberto Mari avete creato un giocattolo importante.
"Eravamo un gruppo solido, questa era la nostra forza principale".
Che ricordo porti di quegli anni?
"Bello, non posso che parlarne bene. Ricordo con tanto piacere la tifoseria. Lo stadio era sempre pieno e quando segnavi, sentivi il loro calore che ti dava una carica non indifferente".
C'è qualche aneddoto che a distanza di tanti anni ora ci puoi svelare?
"Si, ce n'è uno in particolare: l'anno che abbiamo vinto il campionato di C2 la società era inadempiente nei confronti della Lega di C e arrivò d'ufficio lo svincolo "forzoso". Così le società appena saputo della possibilità di ingaggiarci, subito ci fecero la corte. Noi però non abbiamo accettato e abbiamo fatto quadrato".
Alla fine cos'è successo?
"La società si è ristabilita, ritrovando quella solidità finanziaria necessaria per coprire le spese. Ci rifece contratti nuovi e noi per ripagarla abbiamo vinto il campionato".
Prossimo appuntamento con "Mi ritorni in mente": domenica 1° settembre.
Testata giornalistica Aut.Trib. Arezzo n. 7/2017 del 29/11/2017
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