RACCONTIAMOCI UNA STORIA

Siciliano, ex studente a tempo perso, lettore per necessità, scrittore per passione. Da dieci anni giornalista per divertimento.
17.03.2020 00:00 di Dario Lo Cascio Twitter:    Vedi letture
RACCONTIAMOCI UNA STORIA

La foto di chi vi scrive a corredo dell’articolo è freschissima, scattata nella serata di lunedì 16 marzo 2020. Un po’ perché effettivamente era giunta l'ora di aggiornarla, un po’ per fissare anche questo momento particolare che tutti stiamo vivendo. Non è nel nostro stile voler “apparire” a tutti i costi, un vezzo – difetto? – che purtroppo oggi molti assecondano con eccessiva superficialità, cavalcando l’onda del #celafaremo, #iorestoacasa e via dicendo, quasi più per soddisfare il proprio ego con una manciata di “mi piace” e controcanti a pappagallo di vuote banalità che per vera spinta a voler dare forza al prossimo. Ma tant’è, è giusto anche collegare un volto, un’espressione unica, a una frase scritta in un momento che non ci scomponiamo nel definire paradossale.

Gente rintanata in casa, in giro per il minor tempo possibile con guanti e mascherine, la paura per i propri cari costretti a uscire per lavorare – sì, essere giornalisti e poter continuare a farlo seduti alla scrivania di casa è da privilegiati, non possiamo negarlo – i bollettini quotidiani della Protezione Civile, per molti purtroppo anche i lutti. Storie che fin qui avevamo letto nei romanzi, visto al cinema o in qualche serie televisiva. Storie che sono diventate realtà.

Allora raccontiamocela una piccola storia, facciamolo dal nostro punto di vista. La raccontiamo a noi stessi, come giornalisti e come appassionati di calcio.

È un weekend di fine settembre, siamo a Milano per la chiusura del mercato. Nei corridoi e nella hall dell’albergo non c’è il consueto frenetico viavai, le chiacchierate tra il serio e il faceto, gli accordi sbandierati e quelli sotto traccia, i bisbigli all’orecchio. C’è ancora timore anche a stringersi la mano, qualcuno non si fida e va in giro con guanti e mascherina, tutto ha un’aria quasi asettico. La grande paura è passata da poco, la normalità non è ancora tornata. Lo è forse sulla carta, ma il quotidiano ne deve vedere passare di acqua sotto i ponti per riassestarsi.

È domenica, inizia il campionato. La stagione precedente si è chiusa in maniera strana, per usare un eufemismo. Qualcuno alla fine ha gioito comunque, altri sono rimasti loro malgrado scontenti. Noi siamo seduti al computer con la sensazione, più una speranza, di poter finalmente tornare a raccontare una giornata “solo” di calcio. Nient’altro che ventidue uomini su un rettangolo d’erba che inseguono un pallone.

È sabato 26 dicembre, il boxing day. Siamo in uno stadio del Sud, uno di quelli che storicamente non lesinano entusiasmo. Ma i numeri ancora non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli della prima metà del torneo precedente, nel quale gli spettatori erano cresciuti in maniera esponenziale un po’ ovunque. Sì, lo stadio non è più un luogo tabù, fa strano ricordare che proprio lì, pochi mesi prima, si era giocato un big match a porte chiuse, con le grida degli allenatori che echeggiavano tra le tribune vuote.

È tarda primavera, primo anniversario della fine dell’emergenza, sembra un turno di campionato come tanti, ma coincide con quello nel quale si è tornati in campo dopo il lungo stop dodici mesi prima. In quei giorni convulsi dove a molti il calcio è sembrato un vezzo superfluo, appunto, nel quale sportivi, club, addetti ai lavori, giornalisti, si sono sentiti tutti un tantino fuori posto, eppure consci che anche da questo si poteva recuperare una parvenza di normalità.

È metà giugno. Siamo alla finale playoff, chiusura in grande stile di una stagione entusiasmante. Dalla tribuna stampa osserviamo le curve gremite, non c’è neanche un posto libero in tutto lo stadio. La festa è già iniziata mentre le squadre scendono in campo. Una gara combattuta e bellissima, alla fine vince il migliore. Sugli spalti la gente si abbraccia e salta. È finita, ora sì, lo possiamo dire. Ci rilassiamo sulla sedia e tiriamo un sospiro di sollievo. Alla fine è davvero andato tutto bene.

Raccontiamoci piccole storie così. Se quelle dei film son diventate realtà, perché non questa?