ESCLUSIVA TLP - Mi ritorni in mente: Pietro Maiellaro

27.05.2012 23:00 di Daniele Mosconi  articolo letto 6608 volte
© foto di Federico Gaetano/TuttoLegaPro.com
ESCLUSIVA TLP - Mi ritorni in mente: Pietro Maiellaro

Era soprannominato "il Maradona del tavoliere delle puglie" perchè con quel piede destro faceva quello che voleva. Era un predestinato, aveva tutto per sfondare nel mondo del calcio, però nella vita si deve anche fare i conti con il destino, così approdi dopo tanti sacrifici in Serie A e ti ritrovi in una squadra, la Fiorentina, ricca di talenti, dove il tuo estro e la tua genialità vengono relegati alla panchina. Stiamo parlando del protagonista di questa 6^ puntata della rubrica redazionale "Mi ritorni in mente": Pietro Maiellaro, intervistato in esclusiva da TuttoLegaPro.com.

Con le sue giocate ha infiammato lo "Iacovone" quando il Taranto era in B. E' stato la stella di questa città passionale come poche. Ancora oggi il suo ricordo con quella maglia è vivo e molti ancora vedendo i video su internet, si commuovono a vederlo toccare il pallone con la stessa leggiadria con cui il pittore accarezza la tela. Un vero artista del calcio.

Nato a Lucera, località in provincia di Foggia, vicino ai cinquanta (li compirà il prossimo anno), ha la vitalità di un ragazzino e la passione ardente di un innamorato. Il calcio per lui è stato come una seconda moglie. Quando ci parla delle sue esperienze calcistiche, si sente tutta la veracità di un uomo che ha dato tanto per la passione di una vita. Per lui il calcio è stato tutto, non nega nulla di quello che gli ha concesso giocare al suo sport preferito. La sua sincerità, viva e molto ruvida quando ci parla di dov'è finito il calcio, è stato il tratto distintivo di questa sua intervista.

Prima di cominciare però, facciamo un bagno d'attualità. La più dolorosa. Con Pietro eravamo rimasti d'accordo che ci saremmo sentiti dopo la partita di ritorno contro la Pro Vercelli, proprio per rendere il tutto meno datato. Quando lo chiamiamo, la sua voce è completamente spenta. Lo 0-0 che condanna il Taranto a restare un'altra stagione in Lega Pro, è un macigno doloroso per lui. Le parole sono cariche di rammarico: "Conosco il tarantino, ho vissuto questo ambiente, nonostante siano passati tanti anni, l'amore per questa squadra lo ricordo e ancora vive dentro di me".

Gli chiediamo cosa è mancato alla squadra di Dionigi. La sua voce estrae pensieri rabbiosi, la delusione ha la meglio sulla voglia di gridare il proprio dolore: "E' mancato il fatto di aver subìto il gol della sconfitta all'ultimo minuto domenica scorsa. Giocare per vincere a tutti i costi è un handicap ulteriore, perchè ti mette pressione. Le colpe? Non sono di certo sul campo, i ragazzi hanno dato tutto. Il loro campionato l'hanno vinto, se gli ridiamo i punti di penalità, quindi c'è ben poco da fare. Le responsabilità sono altrove e non voglio alimentare polemiche, perchè adesso proprio non ne ho voglia. Ripeto: ho vissuto lo "Iacovone", e so cosa ti può dare come adrenalina. Ancora oggi è il dodicesimo uomo in campo".

C'è un grosso timore, che qualsiasi tifoso rossoblù vive come un incubo: "Adesso tutto è difficile, la serie B avrebbe risolto tutti i problemi. Non so cosa accadrà, spero davvero non succeda quel che tutti pensano. Taranto e i tarantini non meritano questo dolore".

Se quando lo chiamammo per l'intervista, Maiellaro ci era parso un condottiero, questa volta abbiamo conosciuto il dolore e la sofferenza, visibili nonostante ci fossero tanti chilometri a dividerci, uniti solo da un telefonino. Quando lo salutiamo, anche il suo commiato è carico di sofferenza. Parlarne forse l'ha aiutato a smaltire la rabbia.

Intanto eccovi l'intervista prima di questa domenica nera per i colori rossoblù. 

Ciao Pietro, cosa stai facendo ora?

"Sto collaborando con il Bari. Fino a qualche tempo fa ho lavorato con i fuori rosa della formazione biancorossa. Ora mi occupo di reclutare giovani talenti per il vivaio dei galletti".

Lavorare con i fuori rosa non deve essere semplice

"Infatti non lo è per niente, perchè hai a che fare con persone che vivono l'incubo dell'essere all'infuori del gruppo, così si fanno mille problemi, denotando una fragilità mentale che io posso capire, per questo con loro ho instaurato un ottimo rapporto e mi rendo conto di come ho dovuto lavorare da fine psicologo per non farli sprofondare nelle tenebre dei loro pensieri".

Da questo momento in poi, conduciamo Maiellaro a tornare "giovane". I ricordi della sua esperienza a Taranto sono ancora vivi dentro di lui. Ogni volta che si parla dei rossoblù, c'è un sospiro, facile anche da capire. Lui alla causa ha dato tutto e ancora oggi gli fa male essere chiamato "traditore". Però è consapevole di aver lasciato un grande ricordo, se c'è gente che ancora oggi lo apprezza per quello che ha dato sul manto erboso.

Pietro, parlaci del Taranto...

"Eh! I tarantini hanno la scorza dura di chi non si vuole mai far sottomettere, sono persone speciali. Ho vissuto due anni stupendi, anche se c'è da dire che erano anni completamente diversi. Oggi un'esperienza a Taranto non avrebbe più il fascino di allora".

Questo pensiero lo troviamo spesso nelle parole di tanti protagonisti che sono passati in questa rubrica. Com'è cambiato il calcio da quando hai lasciato.

"La cosa che maggiormente noto da quando ho appeso gli scarpini al chiodo, è la poca professionalità di certe persone, le voglio definire viscide. Questi sono entrati in questo mondo senza conoscere nulla di nulla. C'è gente che ha fatto il cuoco e ora disquisisce di calcio, ma in fin dei conti di questo sport non sa neanche se la palla sia rotonda o ovale".

Questo argomento lo rende molto focoso e lo infastidisce non poco, la sua voce si accende. C'è passione, c'è rabbia nel vedere quel suo "giocattolo" in mani poco avvezze a saperlo maneggiare.

"Se il calcio non riesce a uscire fuori da questo momento drammatico, lo deve anche a gente che, pensando di avere i soldi, capisce qualcosa di questo sport. Non sanno vivere neanche le emozioni della vita, come possono capirci qualcosa del pallone? La cosa che mi da ancora più fastidio è il loro sfuggire ad un dibattito televisivo, perchè sanno di non avere argomenti. Mi fanno pena questi poveracci. Però sono altresì convinto che prima o poi termineranno di far danni".

Tornando a parlare della tua esperienza a Taranto, a distanza di tanti anni pensi che i tarantini ti hanno "perdonato" quel tuo passaggio al Bari?

"La verità la sanno tutti, inutile prendersi in giro".

La vuoi dire anche a noi?

"Non c'è nessun problema. Fui costretto a firmare, perchè il presidente Fasano era in enormi difficoltà e la mia cessione fu ossigeno per le casse della società. Il Bari pagò 2 miliardi e trecento milioni delle vecchie lire più due giocatori per me. A quei tempi erano tanti soldi".

Vorremmo capire come andò la trattativa, perchè da quel che sappiamo non fu un parto semplice.

"Vi hanno detto bene. Andammo io e il direttore sportivo (Galigani, ndr) a Bari. Arrivammo lì alle 7:45 del mattino, era il mese di luglio. Uscimmo che erano le 14. Faceva un caldo bestiale, non potrò mai dimenticarlo, potevano esserci quaranta gradi. Io non volevo firmare, il direttore cercò in tutti i modi di accontentarmi ma non c'era verso, il Taranto fu costretto a vendermi".

C'è molto rammarico in queste tue parole. A distanza di anni ancora ti fa così male?

"Eh si, perchè ancora oggi quando incontro qualcuno di Taranto in giro, mi grida: "traditore". E fa male, perchè io ho amato e amo ancora oggi quella città e quella maglia".

Cosa provi a vedere quella casacca?

"E' un tuffo al cuore, qualcosa di inspiegabile, solo chi l'ha indossata può capire cosa significa. Ho vissuto tanti momenti belli che ancora oggi mi emozionano. I tarantini mi hanno amato ed io ero orgoglioso di loro, ma lo sono ancora oggi, perchè tolti quelli che mi insultano, tanti mi apprezzano ancora tanto per quello che ho fatto e le emozioni che ho regalato loro. Quando ho la possibilità, vado anche a vederlo. L'ultima volta è stato a Foggia. E' sempre una bella sensazione rivedere la squadra dove hai lasciato una parte del tuo cuore".

C'è una partita in particolare che ricordi con piacere, giocata con la maglia del Taranto?

"Ce ne sono state davvero tante. Ricordo un derby a Lecce, eravamo sullo 0-0 ed al quinto della ripresa l'arbitro (Luci di Firenze, ndr) ci fischia una punizione a favore. Io parlo con Silvio (Paolucci, attuale allenatore del Chieti) per chi deve batterla. Alla fine decido di tirarla io e riesco a fare un gran gol (il portiere del Lecce era Boschin). Ancora oggi ci ripenso, perchè facemmo una gran partita quel giorno. Vincemmo 1-0, la tifoseria era al settimo cielo, i loro volti felici erano il massimo della soddisfazione, andando oltre la vittoria".

Ed una che vorresti rigiocare anche adesso?

"Vediamo..Si, la partita prima del derby contro il Lecce, in casa eravamo, contro il Cesena (quell'anno poi andarono in A, ndr), perdemmo 1-0. Quella fu una gara stregata, perchè facemmo qualcosa come venti tiri in porta, mentre loro con un mezzo tiro, per giunta su autogol (tocco del difensore Paolinelli, ndr), ci hanno sconfitto. Vorrei rigiocarlo davvero questo incontro e sono convinto che non lo perderemmo mai".

Parliamo della tua esperienza a Firenze con la maglia della Fiorentina.

"Fu un rapporto molto particolare, perchè Firenze è proprio una città particolare. Eravamo pieni di talenti come Borgonovo, Mazinho, Batistuta. Non era facile trovare spazio in mezzo a tutti questi giocatori. Qualcosa lo sbagliai anche io, perchè venivo da tutt'altro ambiente".

Abbiamo letto di un tuo gol con la maglia viola contro il Milan, in porta c'era Sebastiano Rossi. Ce lo vuoi raccontare?

"Eravamo a "San Siro". Ricordo che presi palla a centrocampo, saltai un paio di uomini, ero sui quaranta - quarantacinque metri, così vidi con la coda dell'occhio, Rossi appena fuori dai pali, calciai e feci un grandissimo gol. Lo uccellai (usa proprio questo termine, ndr) miseramente. Il giorno dopo tutti i giornali di Firenze a parlare del mio gol e a paragonarmi ad Antognoni. Ho avuto la fortuna nella mia carriera, di conoscelo Giancarlo, ed è una persona squisita con cui mi trovo sempre bene quando ci capita di scambiare due chiacchiere".

C'è una canzone che ascoltavi prima delle partite, che ancora oggi quando ti capita di sentirla, ti vengono i brividi?

"C'era quella canzone di Michael Jackson "Billie Jean". La ascoltavo ai tempi della Fiorentina con Stefano (Borgonovo). Mi dava una carica pazzesca quel brano".

Dammi un aggettivo per definire il calcio di quegli anni.

"Originali e veri, mentre oggi è tutto finto. Ricordo che quando perdevo, avevo il mal di stomaco per la rabbia, invece ora se vinci o perdi, l'importante che poi la sera ti diverti. Altri tempi dite voi?! Eh ma questi secondo me sono proprio brutti (usa un termine più colorito)! Lasciando perdere le persone che ti ho detto prima, però oggi vedo un continuto scavalcare, sempre lì che ti devono togliere la sedia dov'è seduto un altro. Quando giocavo io, questo non succedeva, perchè c'era il rispetto delle persone e dei ruoli, ma soprattutto era la passione a guidare le persone, non i soli interessi".

Com'era il tuo rapporto con Galigani a Taranto?

"Io ero un carattere particolare, così quando lui arrivò, era stato al Milan, sembrava tutto "lasciatemi stare, io sono superiore", così finì che ci beccammo. Con il passare degli anni, ho imparato a conoscerlo meglio e adesso abbiamo un ottimo rapporto".

Mentre con gli allenatori, quale è stato quello che ti ha lasciato un ricordo indelebile?

"A Taranto ho avuto Renna e Veneranda. Quest'ultimo (morto nel 2007) era molto preparato ed è un vero peccato che non abbia potuto dimostrare la sua estrema professionalità in questo mondo, dove tutti vogliono fare gli allenatori, ma non sanno pascolare neanche le pecore, fidati. Uno come Fernando (Veneranda) era sprecato per questo calcio. Magari aveva un carattere un po burbero, era persona molto franca e cruda, capace di dirti quello che pensava senza girarci tanto intorno".

Cosa ti ha dato maggiormente il calcio e cosa ti ha tolto.

"Mi ha dato tantissimo, la notorietà e l'agiatezza. Cosa mi ha tolto? Bella domanda: credo la gioventù e la famiglia, perchè quegli anni non te li ridà più nessuno, però non sono pentito, alla fine ho fatto quello che mi piaceva e mi ritengo fortunato solo per questo".